"Qui passo gli anni, abbandonato, oscuro, senz'amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de' malevoli divengo: qui di pietà mi spoglio e di virtudi, e sprezzator degli uomini divengo..." (G. Leopardi)
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domenica 26 ottobre 2014

Forse è meglio nascere uomo...

Certo che ultimamente... ma da un bel po' di tempo, è meglio nascere uomo... 

Oggi è stata "giustiziata" in Iran una ragazza di 26 anni, rinchiusa dal 2009 per aver ucciso un uomo che la voleva violentare.

Non c'è stato niente da fare. La ragazza di nome Reyhaneh Jabbari è stata impiccata e sembra che lo sgabello da sotto i suoi piedi sia stato tolto proprio dal figlio del personaggio che la voleva violentare.

In Nigeria, il gruppo terroristico chiamato Boko Haram, notoriamente legato ad Al Qaeda, due giorni fa, durante l'ennesimo raid nel nord-est della Nigeria, oltre ad aver ucciso diverse persone, ha rapito altre 30 donne che si vanno a sommare alle circa 200 già rapite alcuni mesi fa.

Quando i fatti non fanno più "notizia" spariscono dai media, quindi non dimentichiamo gli omicidi a seguito di stupro che pochi mesi fa sono avvenuti in India (ultimamente non se ne parla più). Ragazze stuprate e uccise da "branchi" di criminali di qualche casta più alta, che difficilmente vengono portati davanti alla giustizia.

In molti paesi e molte zone del mondo, forse anche in questo momento, ci sono donne lapidate da uomini, in nome e per conto di non si sa quale dio. In altre aree ci sono donne che con i loro figli, sono costrette a fuggire da guerre fatte da uomini armati fino ai denti.

In molte parti del mondo, non sembra proprio un bel momento per nascere donna... essere donna in molti paesi sembra costituire un problema aggiunto a condizioni di vita già molto complicate.

...

venerdì 4 luglio 2014

Occhio... parecchio occhio...






















Perchè occhio?

I militanti di questo nuovo gruppo terroristico che oramai tutti conosciamo con l'acronimo di ISIS, sembrano più di un gruppo di scalmanati che ammazza persone innocenti con la certezza di andare in paradiso.
Questi sembrano determinati a realizzare il loro progetto neanche così utopico.
Anche se di fatto, almeno per adesso questo nuovo califfato mondiale non esiste, in pratica le cose non stanno proprio così.

In larga misura stanno provvedendo da soli con stragi di innocenti in tutto il Medioriente. 
Sono armati, determinati, ma ancora di più sembrano bene addestrati e ancora meglio equipaggiati.
Capeggiati da un leader che si chiama o si fa chiamare Abu Bakr, come il primo califfo dell'Islam vissuto intorno al 630 d.c.
Questo leader già era cattivo ma è diventato una belva soprattutto dopo essere passato dalle prigioni americane

In misura ancora più larga però gli stanno dando una buona mano le politiche occidentali.

Guardiamo la mappa da destra a sinistra:
Il Pakistan non rappresenta un fronte su cui fare affidamento per rallentare l'avanzata dell' ISIS poiché da sempre è servito da base per i talebani afghani e per ogni sorta di terroristi islamici, incluso lo stesso Osama Bin Laden. 

Il governo fantoccio dell'Iraq, pro americano, non ha resistito un giorno all'avanzata terroristica; cos'altro ci si poteva aspettare da un paese che esce da una guerra durata anni, che è servita solo a destabilizzare un governo e a crearne uno più amico a noi, ma senza efficacia sul proprio territorio?

In Syria, dove la guerra non si può fare per non scatenare la rappresaglia dell'Iran contro Israele, si continua ad alimentare gruppi separatisti con armi a non finire, con il risultato di indebolire il governo locale, che altrimenti riuscirebbe a controllare il proprio territorio;

L'Arabia Saudita che già di per se non è il paese più moderato del Mediooriente, anzi ha sempre appoggiato non ufficialmente movimenti estremisti sunniti, in questo caso inizia addirittura ad avere paura degli estremisti dell'ISIS e della presa che il movimento potrebbe avere in quel paese; oltre a valutare seriamente gli oramai probabili tentativi di incursione in territorio arabico.
Per adesso l'Arabia Saudita ha iniziato a schierare 30.000 soldati alle frontiere con l'Iraq.

In Yemen, come in altri paesi, il governo legittimo è stato deposto da tempo e anche li imperversano movimenti armati in cerca della loro fetta di potere, oltre ai droni americani che via via annientano svariate decine di persone, secondo loro tutti terroristi di Al-Qaeda.
Quanto tempo servirà prima che qualcuno, spontaneamente rivendichi la propria appartenenza all'ISIS?

Torniamo più a nord:
In Afghanistan la situazione la conosciamo bene: dopo anni e anni di presenza della NATO, chi controlla il territorio sono ancora i talebani. Di male in peggio, il governo pro americano del'Afghanistan non avrebbe vita lunga difronte all'insorgere del nuovo estremismo, neanche con i proventi di tutta l'eroina del mondo.

Tralasciamo i paesi minori per parlare della Turchia. Questo paese da un lato si apre alla Comunità Europea, dall'altro è governato da una classe politica coinvolta in scandali finanziari e osteggiata da movimenti interni contrari alla politica attuata. La Turchia in questo momento è tendenzialmente radicata ad un Islam meno moderato e più propenso ad appoggiare movimenti estremisti sunniti.

In Africa:
la Somalia ha già i suoi problemi con gli Shabaab, già appoggiati da Al-Qaeda e tendenzialmente recettivi nei confronti di un radicalismo ancora più estremo.

Le incursioni di Al-Shabaab in Kenya sono oramai fatti di cronaca piuttosto frequenti, sì da rendere anche quel paese un paese a rischio.

L'Etiopia potrebbe costituire un ostacolo al califfato, ma neanche tanto rilevante vista l'estensione del territorio e la caratteristica tipica delle frontiere africane di essere estremamente permeabili.

Spostandoci verso ovest, c'è il Sud Sudan, uno dei paesi più giovani del mondo, ma anche tra i più poveri e malmessi, praticamente una vittima senza possibilità di replica  

Il Sudan invece, già di per se si caratterizza per essere un paese islamico con tendenze alla guerra e con lotte interne già molto accese nella parte ovest del paese, zona conosciuta come Darfur.

La situazione politica dell'Egitto non è inoltre di buon auspicio. I movimenti estremisti islamici, se pur arginati dal governo militare, non tendono a dissolversi anzi, l'avanzata vittoriosa dell'ISIS, potrebbe dare loro nuovo vigore, almeno in termini di morale.

La zona sahariana è di per se un deserto che non ha padroni ne confini. 
Ci sono paesi come il Ciad che non oppongono nessuna resistenza neanche all'immigrazione clandestina, figuriamoci ad una eventuale avanzata armata. 

Il Niger è uno dei più poveri al mondo, se non il più povero.

Da li si arriva Nigeria, paese che già da anni combatte con i terroristi islamici di Boko Haran che fanno esplodere scuole, assaltano chiese cattoliche e rapiscono giovani donne.

Il Mali sta affrontando il problema terrorismo islamico già da un po' di tempo. Problema che ha già richiesto l'intervento di truppe francesi e dell'ONU.

Risalendo nel Magreb, troviamo la Libya, dove a seguito
dell'omicidio del leader Gheddafi, si vive una situazione fuori controllo, dove il territorio è oramai in preda a movimenti tribali armati fino ai denti, anch'essi recettivi all'eventuale radicalizzazione per ottenere il tanto anelato potere.

Una volta giunti fin qui, i paesi della Costa occidentale non costituirebbero un rilevante problema all'ulteriore allargamento del califfato. Il Marocco, paese islamico moderato e tollerante, da solo non riuscirebbe ad opporre una resistenza efficace.

E alla fine eccoci giunti in Europa:
nonostante una lunga tradizione di guerre, la NATO ha manifestato dei problemi nell'affrontare un nemico non convenzionale come il terrorismo islamico. Ce lo insegna l'esperienza dell'Iraq e dell'Afghanistan.

Va detto che anche in Europa una buona mano ai terroristi islamici gliel'abbiamo sempre data: non dimentichiamoci mai la Bosnia e il Kosovo, dove già negli anni novanta hanno combattuto mujaheddin provenienti da molti paesi Mediorientali, che ora sembrano ricambiare il favore ai guerriglieri siriani.
Ci sono guerriglieri membri dell'ISIS che hanno vissuto in Europa, hanno studiato in Europa e sono addirittura cittadini di paesi europei.

Occhio... perché? 
Perché adesso non ci sono più i cavalieri crociati a difendere l'Europa, i teutonici sul versante orientale e i templari sul fronte spagnolo. Ad oggi, oltre a mancare un esercito comune, non c'è neppure una politica estera adeguata e condivisa, oltre a mancare un attaccamento alle origini religiose europee.

Manca una politica europea che possa far fronte ad una eventuale emergenza come quella che si sta sviluppando in Medioriente. Non dimentichiamo che cosa ha scatenato la "non politica" europea in Ukraina: da un accordo economico e di avvicinamento politico, si è passati all'"obbligatorio" e automatico ingresso nella NATO.
Come era facile immaginare questo tipo di accordo ha suscitato le immediate riserve russe, trascinando il paese nel caos e nella divisione etnica.

Le nostre decisioni in tema di politica estera sono dettate da una classe politica approssimativa, da un'economia spregiudicata che fa l'interesse di pochi e, nella migliore delle ipotesi, quando si tratta di difesa, fa sempre ossequioso riferimento al "fratello maggiore americano".

Il califfato della mappa, non necessariamente deve stabilire dei confini politici che nessuno mai riconoscerebbe. E' sufficiente che crei le condizioni per instaurare il terrore in modo da fare presa sul territorio, fondando la propria autorità sulla paura.

L'effetto della paura derivata dal terrorismo, è in parte già visibile oggi dove in ogni aeroporto passano ore tra perquisizioni, controlli e violazioni della privacy, prima di arrivare all'imbarco di un volo qualunque.

In paesi già invasi dai movimenti terroristici di matrice islamica, la stessa paura c'è quando si cammina per strada, quando si va al supermercato, quando si mandano i figli e le figlie a scuola.

Il riconoscimento politico e un governo ufficiale non contano niente, quando la vita dei cittadini è condizionata dalla paura e il controllo sul territorio è appannaggio di movimenti terroristici.

Quindi... occhio... parecchio occhio...


sabato 31 maggio 2014

Iran vs. USA - Ancora a rischio la sicurezza in Medioriente.

L'articolo che segue è di ADN Kronos.
Sia il titolo che il contenuto fanno paura e sono sintomatici di un braccio di ferro tra potenze che si minacciano a vicenda, ben oltre ogni canone diplomatico.
Il problema è che entrambi, se necessario, molto probabilmente non si farebbero scrupoli a mettere in pratica le rispettive minacce.
Il militare iraniano dichiara esplicitamente che in caso di aggressione la rappresaglia sarebbe sicura e coinvolgerebbe Israele, Per parte sua, Obama velatamente minaccia di valutare o almeno di lasciare aperta l'opzione militare, se non bastassero gli avvertimenti a far accettare all'Iran le richieste americane sul programma nucleare.
Speriamo bene, ma se vanno avanti così il rischio aumenta.


Iran: esercito, se attaccati Tel Aviv distrutta e in Usa scoppiera' guerra
Articolo pubblicato il: 30/05/2014

(Aki) - Un'eventuale "aggressione" militare contro l'Iran "significherebbe l'annichilimento di Tel Aviv e l'inizio di una guerra negli Stati Uniti". Lo ha minacciato il vice capo di Stato maggiore delle forze armate della Repubblica islamica, il generale Massoud Jazayeri, riferendosi alle dichiarazioni sulla questione del programma nucleare iraniano rilasciate mercoledi' dal presidente Usa, Barack Obama, il quale ha sottolineato che la strada per un accordo e' ancora lunga "e ci riserviamo tutte le opzioni per impedire che l'Iran ottenga l'arma nucleare".

Jazayeri, citato dall'agenzia semi-ufficiale Fars, ha definito le affermazioni di Obama "sogni puerili che non diventeranno mai realta'". "Se gli Usa e i suoi alleati avessero la capacita' di attaccare l'Iran - ha aggiunto il generale - non esiterebbero un momento a compiere questa barbarie e certamente e' sorprendente il fatto che Obama non abbia provato imbarazzo a riutilizzare queste parole vuote".

Fonte: ADN Kronos

martedì 21 agosto 2012

Virus Stuxnet: India nel "fuoco" incrociato di Usa e Iran


Sembra difficile da credere ma è assolutamente possibile. Il cyber-spazio come campo di battaglia per le nuove guerre tecnologiche. 

Non si tratta più di film di fantascienza ma di cruda realtà. 

L'articolo che segue pubblicato su net1news entra nel merito di un mondo virtuale ma dai risvolti estremamente reali.
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Virus Stuxnet: India nel "fuoco" incrociato di Usa e Iran

Tra gli esperti di cyber-sicurezza, Stuxnet è ritenuto come il virus informatico più sofisticato e la prima arma virtuale di distruzione di massa. «Stuxnet è come un missile intelligente. Rispetto a esso, la vecchia generazione di virus e di trojan, i programmi pirata, sembrano bombe grezze», dice Shantanu Ghosh, esponente di Symantec, una società di sicurezza informatica. «E’ in grado di provocare enormi danni alle infrastrutture digitali». La ragione che spiega il motivo per cui Stuxnet, catturato dai ricercatori di sicurezza informatica nel 2010, ha acquistato, da almeno un anno, questa temibile reputazione, è che la società di cyber-sicurezza Kaspersky crede che Stuxnet sia il prodotto non di alcuni singoli, ma di centri di ricerca che fanno capo a stati. Offrono motivi plausibili di aver progettato questo virus sia gli Stati Uniti sia Israele, perché il malware sembra essere stato realizzato con l’obiettivo di disabilitare e provocare confusione all’interno del programma nucleare iraniano, prendendo di mira diversi componenti prodotti da Siemens, usati dalle macchine all’interno dei centri di ricerca dove viene portato avanti il programma. Anche se né gli Stati Uniti né Israele non hanno ammesso la propria responsabilità nella progettazione e nella diffusione del virus, i rapporti sostengono che Stuxnet ha colpito al fine di far deragliare il cammino iraniano verso il nucleare. Questo attacco è stato seguito da Duqu, un virus rintracciato l’anno scorso, che era stato progettato per carpire informazioni da computer in Iran e in molti altri paesi del Medio Oriente. Qualche mese fa l’Iran è stato colpito da Flame, che si ritiene, quasi certamente, essere frutto del lavoro di agenzie statali.

Stuxnet, Duqu e Flame hanno agito come, appunto, eccellenti missili guidati. Come è solito in ogni attacco portato con armi "intelligenti", puntuali sono gli “effetti collaterali”: e, infatti, sembra che siano in circolazione altre armi virtuali difficili da controllare e governare. Gli esperti di sicurezza informatica ritengono che ci sono diverse versioni di questi programmi dannosi, e, sfortunatamente, non tutti sono sotto il controllo dei soggetti che li hanno creati. Recentemente, il Pakistan ha respinto le accuse dell’India, che lo accusava, attraverso i suoi funzionari, di aver attuato un attacco informatico contro Mumbai. Senza voler entrare nella questione, che è molto complessa e richiederebbe un altro contesto, qui ci limitiamo a rilevare che il 19 luglio 2011 il Computer Emergency Response Team for India aveva segnalato la prima infezione di Stuxnet in India. Ma era troppo tardi. Kaspersky calcola che a settembre dello stesso anno, Stuxnet avevainfettato più di 80.000 computer in India. Un’altra società di sicurezza informatica, ESET, riporta la notizia che il virus ha infettato anche alcuni computer degli Stati Uniti. «A fine dell’anno, l’India è risultato il terzo paese più infettato da Stuxnet, dopo l’Iran e l’Indonesia. L’India è, anche, l’ottavo paese più colpito da Duqu. Abbiamo anche trovato un server di comando e di controllo per Duqu in Mumbai», afferma Shantanu Ghosh. In estrema sintesi: verosimilmente è in atto una cyber-war tra l’Iran e altri paesi e l’India è stata presa nel fuoco incrociato.

lunedì 20 agosto 2012

Scenario geopolitico e questione Mediorientale

Il neo eletto Presidente egiziano Mohammed MORSI si recherà in Iran per una visita ufficiale già fissata per il 30 Agosto in occasione di un meeting dei così detti "paesi non allineati". E' la prima volta che un leader egiziano si reca in visita all'Iran dal 1979 ed è un ulteriore segno di cambiamento in chiave islamica per l'Egitto e un potenziale indicatore di cambiamento della politica egiziana in politica estera. 

I rapporti tra i due paesi sono rimasti tesi sin dal lontano '79, anno della rivoluzione islamica in Iran (paese a maggioranza sciita) e anno in cui l'Egitto (fino ad oggi a maggioranza sunnita) siglò un trattato di pace con Israele. (A riguardo sembra interessante l'articolo del 19(08/2012, pubblicato da www.ilpost.it)

Contemporaneamente è difficile ignorare le dichiarazioni fatte nel giorno che segna la fine del Ramadan, dalla guida spirituale dell'Iran, l'Ayatollah Kamenei, che è tornato a parlare di Israele definendolo il tumore che affligge i popoli islamici (vedasi l'articolo relativo ad un'agenzia ANSA, pubblicato da www.unita.it)

In aggiunta, sembra che l'Iraq, paese in cui gli Stati Uniti hanno speso uomini, mezzi e denaro, in una guerra durata anni per liberare il paese dalla dittatura di Sadam Hussein, stia agevolando l'Iran nell'aggiramento delle sanzioni internazionali, commercializzando petrolio iraniano e favorendo l'ingerenza iraniana nel proprio tessuto economico, in particolare nel controllo di diverse banche, che permetterebbero all'Iran di svolgere operazioni finanziarie internazionali, possibilità che doveva essere interdetta proprio dalle sanzioni internazionali. (vedasi a proposito l'articolo pubblicato sul sito Voce della Russia, che a sua volta cita fonti del New York Times).

In un quadro del genere diventa evidente che la morsa attorno allo stato di Israele diventa sempre più stringente. Situazione che, nonostante la crisi economica, non può essere ignorata ancora a lungo neanche da Stati Uniti & Co. (Arabia Saudita e Turchia comprese da un punto di vista strategico e di alleanze). 

Questa attenzione occidentale alla questione mediorientale fa automaticamente tornare alla memoria i recenti progetti militari occidentali contro l'Iran, minati dalla situazione caotica della Syria, altro paese che potrebbe essere interessato ad un eventuale conflitto, mantenendo buoni rapporti con l'Iran nonostante i disordini interni, e anche dai rapporti tra Iran ed Egitto, da oggi in vai di ridefinizione e probabilmente in via di stabilizzazione. 

Nonostante l'argomento trattato presenti molti ulteriori aspetti e lasci spazio a innumerevoli spunti di approfondimento, è certo che la politica internazionale e la pace in Medioriente, sono ad oggi più che mai legati ad un filo.
Max

sabato 14 aprile 2012

Germania-Israele, prima e dopo Günter Grass - rivista italiana di geopolitica - Limes

Germania-Israele, prima e dopo Günter Grass - Rivista italiana di geopolitica - Limes

La poesia di Günter Grass pubblicata il 4 aprile scorso sul Süddeutsche Zeitung ha provocato reazioni durissime. Il premio Nobel per la letteratura ha accusato Israele di minacciare la pace mondiale, in quanto “crescente potenza nucleare”, Stato non firmatario del trattato di non proliferazione che nutre intenzioni poco rassicuranti nei confronti di un Iran in cui “si presume la costruzione di un’atomica”.

L'accusa è prima di tutto rivolta alla Germania: fornendo a Israele i sottomarini Dolphin, Berlino rischia di diventare complice di quello che Grass definisce “un crimine prevedibile”, in grado di “cancellare il popolo iraniano”. Israele ha già effettuato degli attacchi preventivi contro diverse installazioni nucleari nella regione mediorientale (in Iraq nel 1981, in Siria nel 2007) e vive in uno stato di allerta permanente, fomentato dall'eco dei millenni di persecuzione nei confronti del popolo ebraico. Nel 1948, l’attacco subito da parte di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania ha definito la fondazione di Israele almeno tanto quanto la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
...(continua)....

Articolo tratto da LIMES (13/04/2012)

sabato 7 aprile 2012

Parlando di pace... si prepara la guerra...


L'intervista che segue riguarda un fatto riportato anche dall'articolo pubblicato su www.todaynewsline.com il 27.03.2012, relativo ad un accordo stipulato il 21 Marzo del 2012 tra la Germania e lo Stato di Israele, che prevede la consegna di un ulteriore sottomarino (il sesto in ordine di tempo) alla marina israeliana.

La notizia di tale accordo, è stata generalmente riferita dai media come un ulteriore passo avanti nei rapporti tra i due paesi e come un evento estremamente positivo. Non è opinione di tutti..

C'è evidentemente, e per fortuna, chi non la pensa così, noi compresi...
Riportiamo l'articolo pubblicato da vari media europei e anche italiani, si tratta di una dichiarazione dello scrittore premio Nobel Gunter Grass, relativa all'accordo militare tra Germania e Israele, e la minaccia che esso rappresenta per l'Iran e per la pace in Medioriente, in considerazione dell'attacco preventivo all'Iran, già più volte ventilato negli ultimi tempi.

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Günter Grass, Quello che va detto  (Was gesagt werden muss)

Perché taccio e passo sotto silenzio troppo a lungo
una cosa che è evidente e si è messa in pratica in giochi di guerra
alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo al massimo delle note a piè di pagina.

Il diritto affermato ad un decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano,
soggiogato da un fanfarone
e spinto alla gioia organizzata,
perché nella sfera di quanto gli è possibile realizzare
si sospetta la costruzione di una bomba atomica.

E allora perché proibisco a me stesso
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se si tratta di un segreto —
si dispone di crescenti capacità nucleari,
che rimangono fuori dal controllo perché mantenute
inaccessibili?

Un fatto tenuto genericamente nascosto:
a questo nascondere sottostà il mio silenzio.
Mi sento oppresso dal peso della menzogna
e costretto a sottostarvi, avendo ben presente la pena in cui si incorre
quando la si ignora:
il verdetto di "antisemitismo" è di uso normale.

Ora però, poiché da parte del mio paese,
un paese che di volta in volta ha l'esclusiva di certi crimini
che non hanno paragone, e di volta in volta è costretto a giustificarsi,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sottomarino
-di nuovo per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta si parla di «riparazione»-
in grado di dirigere testate devastanti laddove
non è provata l’esistenza di una sola bomba atomica,
una forza probatoria che funziona da spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Ma perché ho taciuto fino ad ora?
Perché pensavo che le mie origini,
stigmatizzate da una macchia indelebile,
impedissero di aspettarsi questo dato di fatto
come una verità dichiarata dallo Stato d’Israele;
Stato d'Israele al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,
da vecchio e col mio ultimo inchiostro,
che le armi nucleari di Israele minacciano
una pace mondiale già fragile?
Perché deve essere detto
quello che domani potrebbe essere troppo tardi per dire;
anche perché noi — come tedeschi già con sufficienti colpe a carico —
potremmo diventare quelli che hanno fornito i mezzi necessari ad un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
varrebbe a cancellare questo.

E lo ammetto: non taccio più
perché sono stanco
dell’ipocrisia dell’Occidente; perché è auspicabile
che molti vogliano uscire dal silenzio,
che esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo che si va prospettando
ed insistano anche perché
un controllo libero e senza limiti di tempo
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
esercitato da un'organizzazione internazionale
sia consentito dai governi di entrambi i paesi.

Solo in questo modo per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora per tutti gli uomini che vivono
da nemici confinanti in quella regione
occupata dalla follia
ci sarà una via d’uscita,
e alla fine anche per noi.

Traduzione tratta dal blog: iononstoconoriana.blogspot.it
Original article:: Süddeutsche Zeitung

venerdì 30 marzo 2012

Iran, guerra rinviata...

L'articolo che segue è pubblicato sul sito www.prisonplanet.com

Sembra che la già ventilata guerra contro l'Iran architettata da USA e Israele, potrebbe essere più difficoltosa di quanto previsto, soprattutto in termini di vittime e di capacità militari dell'avversario.

Infatti come cita l'articolo: ..."Il piano di Israele di attaccare l'Iran è stato posticipato fino alla primavera del 2013 a seguito di una simulazione di guerra che ha dimostrato che l'Iran potrebbe uccidere 200 americani con un solo attacco missilistico..."

Forse l'Iran è già più forte di quanto si potesse pensare....
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Unsuccessful war simulation has given Israelis cold feet

Paul Joseph Watson
Prison Planet.com
Thursday, March 29, 2012

Israel’s plan to attack Iran has been postponed until spring 2013 following a war simulation that showed Iran could kill 200 Americans with a single missile strike, according to a report by senior Haaretz correspondent Amir Oren.

“At 8:58 P.M. on Tuesday, Israel’s 2012 war against Iran came to a quiet end. The capricious plans for a huge aerial attack were returned to the deep recesses of safes and hearts. The war may not have been canceled but it has certainly been postponed. For a while, at least, we can sound the all clear: It won’t happen this year. Until further notice, Israel Air Force Flight 007 will not be taking off,” writes Oren.

According to the report, a war simulation conducted by the U.S. Central Command found that an Israeli attack on Iran’s nuclear facilities would immediately be followed by an Iranian missile launch that would kill 200 Americans, a price deemed not worth paying by U.S. generals.

During the same meeting, Israeli Defense Minister Ehud Barak also acknowledged that Israel would not act alone in striking Iran before the U.S. presidential elections in November, according to Oren, meaning that, “For all intents and purposes, it was an announcement that this war was being postponed until at least the spring of 2013.”

A delay in launching the attack until next spring would scupper expectations that the military assault was set to take place before the end of this year, a time frame that Russia understood the Israelis were working to. Last month, Chief of the General Staff of the Russian Armed Forces Nikolai Makarov stated that an Israeli decision on whether or not to attack would be made before the summer.

In January, the U.S. cancelled a joint military exercise with Israel which was perceived by many as a sign that the Americans were getting cold feet.

Earlier this month it was also reported that Israel had “agreed to hold off a strike on Iran’s nuclear sites this year in exchange for receiving U.S. military equipment,” including bunker-busting bombs and refueling planes. The deal was seen as a tacit admission that the Obama administration would support Israel in launching the attack but only after the election in November.

If a decision has been made to postpone the attack, expect the United States to withdraw at least some of its naval might from the Persian Gulf. The U.S. currently has the USS Carl Vinson and the USS Abraham aircraft carriers patrolling the Strait of Hormuz, along with the USS Makin Island, a Wasp-class amphibious assault ship. Earlier this month it was announced that four additional mine countermeasure ships were also heading for the region.

As the Stratfor Naval Update map below illustrates, the USS Enterprise, which many speculated was also heading to the Strait of Hormuz in preparation for a strike on Iran, is now scheduled to visit Piraeus, Greece instead, suggesting a cooling of tensions could be taking place – at least for the time being.

domenica 18 marzo 2012

SUDAN - Monti Nuba: troppi feriti di guerra... un unico ospedale...

Recentemente la situazione della Syria sta destando molto interesse da parte dei media e di conseguenza molto sconcerto nell'opinione pubblica mondiale. Recentemente si è sconfinato addirittura nel gossip insinuando possibili rapporti amorosi, extra-coniugali da parte del leader Bashar Al-Assad. 

Ogni scusa sarebbe buona per entrare a "quattro mani" negli affari interni della Syria. Basterebbe anche quella risoluzione ONU scongiurata da RUssia e Cina per avallare un intervento arbitrario, che di sicuro si concretizzerebbe con l'ennesima guerra di ingerenza, così come successo in Libya.

Comunque vadano le cose, la macchina dell'informazione si sta muovendo nella direzione di abbattere la credibilità di Al-Assad. La distinzione tra buoni è cattivi è già stata decisa a priori, Al-Assad è il cattivo, i ribelli sono i buoni, adesso manca solo di convincere più gente possibile, nel mondo, dopodiché ogni ingerenza armata sarà completamente legittimata, in previsione, prima o poi, di annientare il principale nemico mediorientale: l'Iran. 

Le zone di influenza in Medioriente continuano a destare preoccupazioni nei principali paesi occidentali, il rischio dell'ascesa di altre potenze nucleari, fuori dall'influenza occidentale crea ulteriore agitazione, soprattutto nel governo israeliano, la cui legittimità potrebbe di colpo essere rimessa in discussione da qualche leader fondamentalista islamico, armato di bombe atomiche.

Brutto scenario! Come non concordare?
Ciò che manca completamente è una motivazione disinteressata da parte dei paesi occidentali, che li autorizzi a mettere mano, per l'ennesima volta, alle questioni mediorientali.

Petrolio, risorse, influenza strategica e politica, non autorizzano nessuno a "farsi gli affari del prossimo". Intendo dire che la scusa di portare la democrazia a popolazioni oppresse, è oramai una scusa anacronistica, dopo la Libya, l'Iraq e l'Afghanistan non ci crede più nessuno.

Nel frattempo ci sono paesi avrebbero veramente bisogno di aiuto disinteressato ed umanitario, un esempio per tutti è costituito dal Sudan e dal nuovo stato del Sud Sudan.

Al confine tra questi due paesi è in atto una vera guerra che, mascherata a dovere per guerra tra religioni diverse, o guerra tra tribù diverse, altro non è che un conflitto per il controllo sul petrolio di cui la zona di confine è ricca.

Purtroppo la guerra tra Sudan e Sud Sudan non è contemplata dai mass media, soprattutto quelli italiani, quindi l'opinione pubblica non si schiera né a favore né contro, semplicemente non né sa nulla.

Rimanendo un segreto neanche l'ONU, che invece dovrebbe, considera il Sudan una priorità. Come dire: "occhio non vede, cuore non duole".

"Va quindi da se" che in Sudan la gente continua a morire per la sete di petrolio di governanti già dichiarati criminali nei confronti dell'umanità... e chi moralmente sarebbe obbligato ad intervenire... non lo fa.
Max
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AFRICA/SUDAN - Monti Nuba: troppi feriti di guerra mettono a dura prova il personale dell'unico ospedale della zona

Khartoum (Agenzia Fides) - La guerra che sconvolge i Monti Nuba dal giugno 2011 sta mettendo in seria crisi la capacità del locale ospedale di prendersi cura delle vittime, colpite dai proiettili e dalla schegge delle bombe. Tra queste vi sono diversi bambini che hanno perso gli arti. Lo afferma il sito di Sudan Catholic Radio Network. Un infermiere afferma che solo nell'ultima settimana nella struttura sanitaria sono state assistite 220 persone ferite da colpi di armi da fuoco e dalle bombe sganciate dagli aerei sudanesi. Un medico afferma che la guerra sta comportando un carico di lavoro eccessivo per la struttura ospedaliera. Il professionista rivela che solo nell'ultimo mese ha effettuato 70 interventi chirurgici. I Monti Nuba si trovano nel Sud Kordofan, Stato del Sudan, al confine con il sud Sudan, dove i ribelli del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (SPLM-N) si battono contro l'esercito di Khartoum. (L.M.) (Agenzia Fides 16/3/2012)

Article from: www.fides.org

giovedì 19 gennaio 2012

Iran, the U.S. and the Strait of Hormuz Crisis | STRATFOR


Nonostante l'accuratezza della seguente analisi pubblicata da STRATFOR, credo che un attacco di qualche tipo all'Iran sia oramai difficile da scongiurare, Se il programma nucleare dell'Iran andasse in porto, gli attuali equilibri mondiali sarebbero da ridisegnare alla luce della nascita dell'ennesima potenza nucleare.


L'Iran diventerebbe di colpo la minaccia più prossima e reale all'esistenza dello stato di Israele. L'equilibrio raggiunto ad oggi sullo sfruttamento delle risorse petrolifere subirebbe un cambiamento dovuto alle nuove richieste iraniane fondate sulla sua nuova invulnerabilità, la sicurezza globale, così come viene concepita oggi, fondata sull'equilibrio raggiunto tra le superpotenze (ad eccezione dell'incognita Corea del Nord), andrebbe rivisto e rivalutato alla luce della nuova "Wild Card" Iran. 

La differenza di vedute tra il modello di democrazia occidentale e americano e il coinvolgimento religioso nella politica iraniana, intrisa di estremismo religioso, comporta un'altra ragione per cui l'elevazione dell'Iran al rango di superpotenza nucleare è assolutamente indesiderabile. L'Iran non sarebbe sicuramente un interlocutore relegabile ad un ruolo secondario e pretenderebbe il suo spazio decisionale, sicuramente non allineato alla mentalità occidentale.

In definitiva per queste e per molte altre ragioni di cui si potrebbe parlare a lungo, l'Iran non è considerato un interlocutore appetibile per le relazioni geopolitiche future e nel bilanciamento di forze mondiale, poiché non offre garanzie. 
Direi che ad oggi un intervento ai danni dell'Iran è assolutamente inevitabile, tutto sta nel capire come e quando l'intervento avverrà. 

La campagna mediatica di discredito nei confronti dell'Iran è iniziata da tempo ma non ha ancora raggiunto la sua apoteosi. Ciò significa che l'opinione pubblica mondiale non è ancora sufficientemente condizionata da accettare un attacco esplicito, in parte perché in un periodo di crisi economica come quello attuale, i popoli che conoscono il prezzo di una guerra non sono passivamente predisposti ad accettarla, accettando anche lo sforzo economico che costerebbe.

Le manovre militari nei mari del Golfo Persico sono in corso da tempo con l'assembramento di numerose unità navali americane. La potenza militare e dell'intelligence americana e alleata in Medio Oriente è più o meno nota a tutti, dopo i molti attacchi portati a compimento dai droni americani in Yemen e nel Corno d'Africa, contro obbiettivi terroristici.

L'avvicinarsi del periodo elettorale americano, potrebbe costituire un motivo di rinvio dell'attacco, in linea con l'operato di altre amministrazioni americane del passato. 
La guerra non è popolare soprattutto in un momento di crisi economica come quello attuale, una nuova guerra significherebbe nuove restrizioni e nuovi sacrifici, per contro significherebbe una sicura perdita di consensi e di voti. 

La paura di Israele per la propria incolumità come paese e la paura di una crisi energetica dovuta al diminuire del flusso del greggio dal medio oriente, potrebbero comunque forzare la mano e far scattare le operazioni in qualsiasi momento anche il meno propizio e senza il consenso dell'opinione pubblica, soprattutto con un intervento altamente tecnologico, capillare e rapido. 

La guerra lampo e l'intervento fulmineo sono concetti paventati anche in passato dalle precedenti amministrazioni americane, in particolare da George W. Bush ma mai riusciti nei tempi previsti. L'amministrazione Obama, che ha sviluppato un sistema di capacità operativa segreta o semi segreta in cooperazione stretta con l'intelligence, sistema che si avvale di procedure di "deployment" snelle, agendo arbitrariamente anche in paesi stranieri (un esempio per tutti l'omicidio Bin Laden in Pakistan), potrebbe verosimilmente realizzare quell'intervento lampo ed efficace agognato da sempre. 

Rimarrebbe in seguito da gestire l'impatto diplomatico a livello globale che avrebbe l'intervento in Iran, impatto da valutare altrettanto bene quanto l'intervento bellico stesso...

L'analisi che segue è tratta da STRATFOR e affronta le attuali dinamiche di tensione tra Stati Uniti ed Iran, inclusi i rapporti dell'Iran con altri paesi chiave quali Syria, Giappone, Cina e India e il ruolo di paesi vicini quali Iraq e Israele nei rapporti di forza mediorientali. 
Le future mosse di Iran e Stati Uniti potrebbero in effetti rappresentare gli episodi chiave del 2012.
Max


Iran, the U.S. and the Strait of Hormuz Crisis | STRATFOR
By George Friedman


The U.S.-Iranian Dynamic
The increasing tensions in the region are not unexpected. As we have argued for some time, the U.S. invasion of Iraq and the subsequent decision to withdraw created a massive power vacuum in Iraq that Iran needed -- and was able -- to fill. Iran and Iraq fought a brutal war in the 1980s that caused about 1 million Iranian casualties, and Iran's fundamental national interest is assuring that no Iraqi regime able to threaten Iranian national security re-emerges. The U.S. invasion and withdrawal from Iraq provided Iran an opportunity to secure its western frontier, one it could not pass on.

If Iran does come to have a dominant influence in Iraq -- and I don't mean Iran turning Iraq into a satellite -- several things follow. Most important, the status of the Arabian Peninsula is subject to change. On paper, Iran has the most substantial conventional military force of any nation in the Persian Gulf. Absent outside players, power on paper is not insignificant. While technologically sophisticated, the military strength of the Arabian Peninsula nations on paper is much smaller, and they lack the Iranian military's ideologically committed manpower.

But Iran's direct military power is more the backdrop than the main engine of Iranian power. It is the strength of Tehran's covert capabilities and influence that makes Iran significant. Iran's covert intelligence capability is quite good. It has spent decades building political alliances by a range of means, and not only by nefarious methods. The Iranians have worked among the Shia, but not exclusively so; they have built a network of influence among a range of classes and religious and ethnic groups. And they have systematically built alliances and relationships with significant figures to counter overt U.S. power. With U.S. military power departing Iraq, Iran's relationships become all the more valuable.

The withdrawal of U.S. forces has had a profound psychological impact on the political elites of the Persian Gulf. Since the decline of British power after World War II, the United States has been the guarantor of the Arabian Peninsula's elites and therefore of the flow of oil from the region. The foundation of that guarantee has been military power, as seen in the response to Iraq's invasion of Kuwait in 1990. The United States still has substantial military power in the Persian Gulf, and its air and naval forces could likely cope with any overt provocation by Iran.

But that's not how the Iranians operate. For all their rhetoric, they are cautious in their policies. This does not mean they are passive. It simply means that they avoid high-risk moves. They will rely on their covert capabilities and relationships. Those relationships now exist in an environment in which many reasonable Arab leaders see a shift in the balance of power, with the United States growing weaker and less predictable in the region and Iran becoming stronger. This provides fertile soil for Iranian allies to pressure regional regimes into accommodations with Iran.


The Syrian Angle

Events in Syria compound this situation. The purported imminent collapse of Syrian President Bashar al Assad's regime in Syria has proved less imminent than many in the West imagined. At the same time, the isolation of the al Assad regime by the West -- and more important, by other Arab countries -- has created a situation where the regime is more dependent than ever on Iran.

Should the al Assad regime -- or the Syrian regime without al Assad -- survive, Iran would therefore enjoy tremendous influence with Syria, as well as with Hezbollah in Lebanon. The current course in Iraq coupled with the survival of an Alawite regime in Syria would create an Iranian sphere of influence stretching from western Afghanistan to the Mediterranean. This would represent a fundamental shift in the regional balance of power and probably would redefine Iranian relations with the Arabian Peninsula. This is obviously in Iran's interest. It is not in the interests of the United States, however.

The United States has sought to head this off via a twofold response. Clandestinely, it has engaged in an active campaign of sabotage and assassination targeting Iran's nuclear efforts. Publicly, it has created a sanctions regime against Iran, most recently targeting Iran's oil exports. However, the latter effort faces many challenges.

Japan, the No. 2 buyer of Iranian crude, has pledged its support but has not outlined concrete plans to reduce its purchases. The Chinese and Indians -- Iran's No. 1 and 3 buyers of crude, respectively -- will continue to buy from Iran despite increased U.S. pressure. In spite of U.S. Treasury Secretary Timothy Geithner's visit last week, the Chinese are not prepared to impose sanctions, and the Russians are not likely to enforce sanctions even if they agreed to them. Turkey is unwilling to create a confrontation with Iran and is trying to remain a vital trade conduit for the Iranians regardless of sanctions. At the same time, while the Europeans seem prepared to participate in harder-hitting sanctions on Iranian oil, they already have delayed action on these sanctions and certainly are in no position politically or otherwise to participate in military action. The European economic crisis is at root a political crisis, so even if the Europeans could add significant military weight, which they generally lack, concerted action of any sort is unlikely.

Neither, for that matter, does the United States have the ability to do much militarily. Invading Iran is out of the question. The mountainous geography of Iran, a nation of about 70 million people, makes direct occupation impossible given available American forces.

Air operations against Iran are an option, but they could not be confined to nuclear facilities. Iran still doesn't have nuclear weapons, and while nuclear weapons would compound the strategic problem, the problem would still exist without them. The center of gravity of Iran's power is the relative strength of its conventional forces in the region. Absent those, Iran would be less capable of wielding covert power, as the psychological matrix would shift.

An air campaign against Iran's conventional forces would play to American military strengths, but it has two problems. First, it would be an extended campaign, one lasting months. Iran's capabilities are large and dispersed, and as seen in Desert Storm and Kosovo against weaker opponents, such operations take a long time and are not guaranteed to be effective. Second, the Iranians have counters. One, of course, is the Strait of Hormuz. The second is the use of its special operations forces and allies in and out of the region to conduct terrorist attacks. An extended air campaign coupled with terrorist attacks could increase distrust of American power rather than increase it among U.S. allies, to say nothing of the question of whether Washington could sustain political support in a coalition or within the United States itself.


The Covert Option

The United States and Israel both have covert options as well. They have networks of influence in the region and highly capable covert forces, which they have said publicly that they would use to limit Iran's acquisition of nuclear weapons without resorting to overt force. We assume, though we lack evidence, that the assassination of the Iranian chemist associated with the country's nuclear program last week was either a U.S. or Israeli operation or some combination of the two. Not only did it eliminate a scientist, it also bred insecurity and morale problems among those working on the program. It also signaled the region that the United States and Israel have options inside Iran.

The U.S. desire to support an Iranian anti-government movement generally has failed. Tehran showed in 2009 that it could suppress demonstrations, and it was obvious that the demonstrators did not have the widespread support needed to overcome such repression. Though the United States has sought to support internal dissidents in Iran since 1979, it has not succeeded in producing a meaningful threat to the clerical regime. Therefore, covert operations are being aimed directly at the nuclear program with the hope that successes there might ripple through other, more immediately significant sectors.

As we have long argued, the Iranians already have a "nuclear option," namely, the prospect of blockading the Strait of Hormuz, through which roughly 35 percent of seaborne crude and 20 percent of the world's traded oil passes daily. Doing so would hurt them, too, of course. But failing to deter an air or covert campaign, they might choose to close off the strait. Temporarily disrupting the flow of oil, even intermittently, could rapidly create a global economic crisis given the fragility of the world economy.

The United States does not want to see that. Washington will be extremely cautious in its actions unless it can act with a high degree of assurance that it can prevent such a disruption, something difficult to guarantee. It also will restrain Israel, which might have the ability to strike at a few nuclear facilities but lacks the force to completely eliminate the program much less target Iran's conventional capability and manage the consequences of that strike in the Strait of Hormuz. Only the United States could do all that, and given the possible consequences, it will be loathe to attempt it.

The United States continues, therefore, with sanctions and covert actions while Iran continues building its covert power in Iraq and in the region. Each will try to convince the region that its power will be supreme in a year. The region is skeptical of both, but will have to live with one of the two, or with an ongoing test of wills -- an unnerving prospect. Each side is seeking to magnify its power for psychological effect without crossing a red line that prompts the other to take extreme measures. Iran signals its willingness to attempt to close Hormuz and its development of nuclear weapons, but it doesn't cross the line to actually closing the strait or detonating a nuclear device. The United States pressures Iran and moves forces around, but it doesn't cross the red line of commencing military actions. Thus, each avoids triggering unacceptable actions by the other.

The problem for the United States is that the status quo ultimately works against it. If al Assad survives and if the situation in Iraq proceeds as it has been proceeding, then Iran is creating a reality that will define the region. The United States does not have a broad and effective coalition, and certainly not one that would rally in the event of war. It has only Israel, and Israel is as uneasy with direct military action as the United States is. It does not want to see a failed attack and it does not want to see more instability in the Arab world. For all its rhetoric, Israel has a weak hand to play. The only virtue of the American hand is that it is stronger -- but only relatively speaking.

For the United States, preventing the expansion of an Iranian sphere of influence is a primary concern. Iraq is going to be a difficult arena to stop Iran's expansion. Syria therefore is key at present. Al Assad appears weak, and his replacement by a Sunni government would limit -- but not destroy -- any Iranian sphere of influence. It would be a reversal for Iran, and the United States badly needs to apply one. But the problem is that the United States cannot be seen as the direct agent of regime change in Syria, and al Assad is not as weak as has been claimed. Even so, Syria is where the United States can work to block Iran without crossing Iran's red lines.

The normal outcome of a situation like this one, in which neither Iran nor the United States can afford to cross the other's red lines since the consequences would be too great for each, would be some sort of negotiation toward a longer-term accommodation. Ideology aside -- and the United States negotiating with the "Axis of Evil" or Iran with the "Great Satan" would be tough sells to their respective domestic audiences -- the problem with this is that it is difficult to see what each has to offer the other. What Iran wants -- a dominant position in the region and a redefinition of how oil revenues are allocated and distributed -- would make the United States dependent on Iran. What the United States wants -- an Iran that does not build a sphere of influence but instead remains within its borders -- would cost Iran a historic opportunity to assert its longstanding claims.

We find ourselves in a situation in which neither side wants to force the other into extreme steps and neither side is in a position to enter into broader accommodations. And that's what makes the situation dangerous. When fundamental issues are at stake, each side is in a position to profoundly harm the other if pressed, and neither side is in a position to negotiate a broad settlement, a long game of chess ensues. And in that game of chess, the possibilities of miscalculation, of a bluff that the other side mistakes for an action, are very real.

Europe and China are redefining the way the world works. But kingdoms run on oil, as someone once said, and a lot of oil comes through Hormuz. Iran may or may not be able to close the strait, and that reshapes Europe and China. The New Year thus begins where we expected: at the Strait of Hormuz.

mercoledì 2 novembre 2011

Iran nel mirino...

Ora che la guerra in Libya è finita e la NATO ha deciso di abbandonare il campo, al contrario di quello che ha fatto dieci anni fa nei Balcani, dove ancora si trova con migliaia di soldati, sembra che si possa aprire un nuovo fronte. Sembra che la ricerca di un nuovo nemico da bombardare non sia stata molto difficile.
Il dito è ora puntato sull'Iran, su cui Regno Unito e Stati Uniti starebbero facendo "un pensierino".
Un pensierino sull'Iran ce l'avrebbe fatto anche Israele e la scusa è la stessa, sembra che tutti abbiano paura delle armi nucleari che Ahmadinejad avrebbe o starebbe mettendo a punto.
Probabilmente si tratta delle stesse armi che Saddam Hussain doveva avere e che non aveva, peccato che si sia scoperto solo dopo aver bombardato tutto il bombardabile in Iraq.

Comunque sia, sembra proprio che senza una guerra non si riesca a stare. Il prezzo di avere un apparato di protezione come quello della NATO è quello di dargli una guerra da combattere. 

Stati Uniti, Regno Unito e Israele, sembra che i piani siano pronti e la Spada di Damocle che pende sull'Iran dovrebbe sferrare il suo colpo nel giro di alcuni mesi.
Si parla di un intervento in grande stile ma di più basso profilo rispetto alle guerre scatenate dall'Occidente negli ultimi dieci anni. 
Un intervento conforme alla nuova strategia di distruzione americana, con truppe speciali semi-segrete, sottomarini e raid aerei. Si parla addirittura di nuove tecnologie per i razzi da scagliare contro i bunker iraniani che sarebbero in grado di penetrare ed annientare definitivamente i bunker. 


Capacità di penetrazione che ricorda tanto quella dell'uranio impoverito che a distanza di anni dai bombardamenti, continua a mietere vittime anche tra gli amici, oltre che tra i nemici.

Ad oggi il destino dell'Iran sarebbe già scritto, l'ennesimo paese alla mercé dei "buoni", quelli che hanno sempre ragione, quelli con le armi più grosse.